- 20 giu
Quando il tuo benessere diventa motivo di colpa, magari nemmeno nostro!
- Simona Galbusera
- ThetaHealing®, Riprogrammazione memorie subconscio, Cambiare la Risonanza
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A volte non ci sentiamo in colpa perché stiamo sbagliando, ma perché stiamo rompendo un vecchio patto: quello di essere sempre disponibili, di non chiedere troppo, di meritarci il benessere solo dopo aver sistemato tutto il resto. Scopriamo insieme da dove nasce questa colpa e a chi appartiene davvero.
C'è una cosa che vedo spesso, sia nelle persone che conosco che nelle sedute individuali. Quando ci prendiamo del tempo per noi, quando scegliamo qualcosa che ci fa sentire bene senza che abbia un'utilità dimostrabile, senza che "serva" a niente, solo per il puro gusto di farlo, specialmente se siamo donne, spesso arriva un senso che qualcosa non vada, quasi un senso di colpa.
Non perché abbiamo fatto qualcosa di sbagliato, ma perché abbiamo fatto qualcosa di nostro.
Per molto tempo ho pensato che fosse solo educazione, o carattere, poi ho iniziato a capire che si tratta in realtà di un meccanismo diverso, molto più preciso.
Quando siamo bambine, impariamo l'amore attraverso l'attenzione che riceviamo, o attraverso quello che facciamo per qualcuno. E spesso quell'attenzione arriva proprio quando siamo utili, accomodanti, quando rispondiamo ai desideri e ai bisogni di chi ci sta intorno più che ai nostri. Così, senza nessuna colpa da parte di nessuno, costruiamo un'equazione semplice: se mi occupo degli altri, vengo vista.
Se mi occupo di me, rischio di restare sola, ma non è solo questo.
Quell'equazione, da adulte, non se ne va da sola. Resta lì, sotto la soglia della consapevolezza, e si attiva ogni volta che facciamo qualcosa solo per noi. Per questo, scegliere ciò che ci fa stare bene può far scattare un allarme interno che non ha nulla a che fare con il presente: è una parte di noi che teme di perdere un legame, una parte che ci protegge, a modo suo, da un abbandono che un tempo era reale.
In molte famiglie, il bene comune viene prima del bene personale, e chi si mette al centro anche solo per un momento rischia di essere percepito come egoista, o come chi si crede speciale. Se cresciamo dentro questo sguardo, finiamo per associare il nostro benessere a un tradimento, come se stare bene significasse allontanarci da chi amiamo, o smettere di appartenere a quel sistema di affetti che ci ha cresciute.
Per questo la colpa, paradossalmente, può diventare quasi rassicurante: ci tiene legate a un'identità conosciuta, a un ruolo che sappiamo sostenere. Scegliere noi stesse, invece, ci porta in un territorio nuovo, dove ancora non sappiamo bene chi essere. Ma non c'è nulla di sbagliato o di male in questo: è solo la prova che stiamo cambiando le regole con cui siamo state costruite.
Il vecchio patto che continuiamo a rispettare
Se per tanto tempo siamo state riconosciute perché eravamo quelle che reggevano, quelle che capivano, quelle che si adattavano senza chiedere troppo, allora scegliere qualcosa che ci fa stare bene può sembrare quasi una trasgressione, magari nemmeno nostra ma di qualche nostra antenata. Non perché lo sia davvero, ma perché mette in discussione il ruolo attraverso cui abbiamo imparato a sentirci al sicuro.
Ed è qui che si crea una dissonanza molto precisa. Una parte di noi sente il desiderio, la possibilità, il bisogno. Un'altra parte lo interpreta come un rischio. Una parte dice "questo mi farebbe bene", e l'altra risponde "attenta, potresti sembrare egoista". Una parte dice "ho bisogno di più spazio", e l'altra risponde "non puoi deludere gli altri". Una parte dice "vorrei concedermi questo", e l'altra risponde "prima devi meritartelo ancora un po'".
E allora rimandiamo. Rimandiamo il riposo, il piacere, una scelta importante, il prenderci cura di noi, il permetterci qualcosa di bello, il chiedere aiuto, il ricevere. Non perché non lo desideriamo, ma perché una parte di noi ha imparato che stare bene non è neutro, che può avere un prezzo: essere criticate, fraintese, percepite come troppo, come ingrate, come diverse da come eravamo prima.
La colpa, in fondo, è proprio questo: un sistema di controllo interno che non ci dice necessariamente la verità, ma ci riporta alla regola che abbiamo imparato. Ci dice che stiamo uscendo dal copione. E quel copione ha spesso radici molto concrete, nate magari da bambine, quando abbiamo percepito che essere buone significava non pesare, che essere amate significava capire gli altri prima ancora di capire noi stesse, che essere mature significava non chiedere troppo.
Possiamo anche aver fatto molto lavoro su di noi, possiamo anche sapere razionalmente che abbiamo diritto a stare bene, eppure quando arriva il momento di scegliere davvero qualcosa per noi, qualcosa dentro si chiude, il respiro si accorcia, la mente inizia a cercare scuse e quello che stavamo per fare si ferma a metà strada. Perché quella parte di noi non sta valutando solo quella scelta: sta valutando la conseguenza emotiva di non corrispondere più all'immagine che gli altri hanno avuto di noi, o che noi stesse abbiamo costruito per sentirci accettate.
Il problema è che quel "dopo", quel momento in cui finalmente ci concederemo qualcosa quando tutto il resto sarà sistemato, spesso non arriva mai. C'è sempre qualcosa da sistemare, sempre qualcuno da capire, sempre una ragione apparentemente valida per rimandare noi stesse. E nel frattempo può accadere una cosa molto sottile: iniziamo a scambiare la rinuncia per equilibrio, a raccontarci che siamo realiste, mature, che non vogliamo esagerare. Ma sotto, spesso, non c'è vera pace. C'è una parte di noi che continua a sapere che qualcosa è stato trattenuto: una scelta, un desiderio, uno spazio, un modo più libero di abitare la nostra vita.
Quella colpa è davvero tua?
C'è ancora un livello che vale la pena guardare, perché spesso resta nell'ombra. Non sempre quella colpa nasce da qualcosa che abbiamo vissuto noi in prima persona. A volte la portiamo addosso come se fosse nostra, ma in realtà l'abbiamo solo raccolta, magari osservando una madre, una nonna, una figura di riferimento che non si è mai permessa di scegliere per sé, e che ci ha trasmesso quel modo di stare al mondo senza dirlo a parole.
Possiamo crescere respirando l'idea che il benessere personale sia qualcosa da meritare con fatica, senza che nessuno ce l'abbia insegnato direttamente. È un'eredità che si trasmette per osservazione, per appartenenza, per fedeltà a chi ci ha cresciute. E quando proviamo a fare qualcosa di diverso, quella colpa si attiva anche se, a guardarla bene, non racconta la nostra storia ma quella di chi è venuto prima di noi.
Riconoscere questo non significa smettere di sentirla. Significa iniziare a chiederci se quel peso ci appartiene davvero, o se lo stiamo solo portando per abitudine, per lealtà invisibile verso chi non ha mai avuto il permesso di stare bene. E spesso, solo facendoci questa domanda, qualcosa inizia già ad allentarsi.
Quale regola stai tradendo, quando scegli di stare bene?
Non è soltanto perché ci sentiamo in colpa, ma quale regola stiamo tradendo nel momento in cui scegliamo ciò che ci fa stare bene. Perché quella colpa potrebbe non essere il segnale che stiamo sbagliando, ma il segnale che stiamo uscendo da un vecchio modo di appartenere. E questo, per il nostro sistema interno, può sembrare pericoloso anche quando è profondamente sano.
Scegliere ciò che ci fa stare bene non significa ignorare gli altri o pensare solo a noi stesse. Significa iniziare a riconoscere che anche noi facciamo parte della nostra vita, che il nostro benessere non è un lusso da giustificare, che il nostro desiderio non è una colpa da espiare, che il nostro spazio non è qualcosa che dobbiamo meritare soffrendo abbastanza prima.
Una parte del lavoro, ora, non è aggiungere altre cose da fare, ma tornare a osservare dove abbiamo imparato a sentirci più buone quando ci restringiamo, più accettabili quando ci sacrifichiamo, più sicure quando non chiediamo troppo. Perché finché una parte di noi associa il benessere alla colpa, ogni scelta che ci espande dovrà prima passare attraverso una specie di tribunale interiore, e quel tribunale non sempre sta cercando la verità. A volte sta solo cercando di riportarci dentro un ruolo che conosce già.
È proprio da qui che nasce la tematica del prossimo incontro di ThetaTea, un incontro gratuito online in cui andremo a osservare insieme dove abbiamo revocato, spesso senza accorgercene, i nostri permessi interiori: il permesso di volere di più, di ricevere di più, di scegliere qualcosa che non sia solo utile o ragionevole, ma profondamente vero per noi. Vedremo da dove nasce quella colpa, a chi appartiene davvero, e come possiamo iniziare a sciogliere quel legame antico tra amore e sacrificio.
Ci vediamo lunedì 29 giugno alle 20.15, online.
L'incontro è gratuito e aperto a tutti.
Se vuoi il tuo invito, richiedimelo via WhatsApp al 335 67786740 oppure entra in The Empowered Heat . ✨
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